Il "primo De André"

[omissis]

       Questo studio ha dei confini precisi e rigorosi: si occupa appunto, ed esclusivamente, del "primo" De André, quello cioè dei primi 45 giri, ovvero del cosiddetto periodo Karim.
       Si tratta di una demarcazione stabilita sulla scorta di due considerazioni molto semplici e oneste. La prima è la difficoltà di padroneggiare senza cedimenti l'opera omnia di De André, in particolare per certe asperità semantiche [quasi da trobar clus 22, per così dire] che si registrano a partire dalla collaborazione con De Gregori e che proseguono col pur prezioso contributo offerto di volta in volta da Bubola, Pagani, Fossati. La seconda è che tale opera, nonostante la sua ricchezza e complessità, è comunque riconducibile ad alcuni temi fondamentali, ripresi e impreziositi nell'analisi e nei particolari lungo l'ampio arco di una carriera condotta sempre ad altissimi livelli.
       Non credo si tratti di un'interpretazione riduttiva, ma bensì di un dato di fatto inoppugnabile, confortato dallo stesso cantautore il quale, a proposito della più volte citata La città vecchia, e nello stesso contesto, dichiarava:

"è una canzone del 1962, dove precisavo già il mio pensiero. Avevo 22 anni, adesso ne ho... E il mio pensiero non è cambiato, perché un artista, a qualsiasi arte si dedichi, ha poche idee, ma fisse" 23.

Si tenga presente che sono parole del 1997, cioè posteriori all'ultimo disco ufficiale di De André: Anime salve, che è del 1996. Si tratta perciò di un giudizio definitivo, un giudizio d'autore ovviamente, che non capisco perché debba contare meno del giudizio critico, come pretenderebbe Biagio Buonomo, il quale ha scritto: "mi sono reso conto che la critica deandreiana è afflitta da un singolare complesso di inferiorità, in grazia del quale ha sovente delegato solo e soltanto al cantautore il compito di interpretare se stesso" 24.
       Perché parlare di "complesso di inferiorità" anziché, molto più semplicemente e veridicamente, di modestia da parte dell'interprete, nonché di rispetto e considerazione per il contributo che un poeta può offrire per l'esegesi della propria opera? Senza scomodare Dante o Leopardi, basti pensare all'apertura di senso che due grandi poeti contemporanei come Saba e Montale hanno permesso con i loro interventi sulle proprie poesie. Tanto più che, nel caso di De André, il giudizio critico è tutt'altro che unanime: accanto ad un coro che indica il vertice assoluto della sua arte in Creuza de mä oppure in Anime salve, qualche voce autorevole (ad esempio Giampiero Reverberi 25, oltre allo stesso Buonomo) sostiene che il "vero" De André resta il "primo" De André.
       Io non vorrei entrare nel merito della questione se non per dire che, per farsi un'idea seria al riguardo, bisognerebbe disporre del parere esplicito dell'autore: ma tale parere, come abbiamo visto, si limita a designare una continuità tematica, senza riferimenti e confronti, nemmeno impliciti o allusivi, al valore estetico dei diversi momenti compositivi.
       Allora cominciamo col dire che le "poche idee, ma fisse" di De André sono state l'amore, la morte, il potere, e l'attenzione e la simpatia per i vinti e gli emarginati 26. Tali temi, fin dall'inizio, si presentano, isolati o variamente intrecciati, in tutte le canzoni del periodo Karim. Con ciò, ovvero con l'originaria compresenza dei temi deandreani fin dai primordi, non voglio certo negare che molte canzoni posteriori risultino superiori a molte delle prime, sul piano estetico, o più efficaci a livello comunicativo. Ma resta pur sempre il fatto che brani come La canzone dell'amore perduto, La guerra di Piero e La città vecchia vanno annoverati senza alcun dubbio tra i capolavori assoluti di De André.

Se dopo l'individuazione dei temi passiamo alla considerazione dei personaggi che popolano il mondo poetico del "primo" De André, possiamo constatare come lo sguardo dell'autore muti in rapporto alla loro tipologia. Verso gli umili e i vinti, tale sguardo è affettuoso e disincantato insieme; sempre comprensivo e bonario, anche di fronte ad azioni opinabili o persino deplorevoli nell'ottica della morale corrente. Verso i potenti e gli oppressori, invece, assume una luce ironica e irridente, in funzione catartica rispetto all'indignazione e alla rabbia che quelli, con il loro comportamento, gli procurano. Occorre d'altra parte precisare che a quest'altezza il primo atteggiamento prevale nettamente, a livello statistico, sul secondo, poiché più numerosi sono i personaggi che lo determinano, ma ciò non toglie che essi coesistano e che entrambi troveranno conferma e adeguato sviluppo nella carriera artistica di De André.
       Quanto agli stessi personaggi, pochi e raramente delineati sono i tratti fisici, esteriori, mentre risultano maggiormente evidenziati i tratti interiori, psicologici.
       In relazione ai primi, manca qualsiasi connotazione nei protagonisti di E fu la notte, La ballata del Michè, La ballata dell'eroe, Il fannullone, Il testamento, La guerra di Piero, Fila la lana, La canzone dell'amore perduto, La ballata dell'amore cieco, Amore che vieni amore che vai (in quest'ultimo brano, infatti, gli "occhi di un altro colore", come vedremo meglio nel commento, non costituiscono affatto un'indicazione concreta). Quanto alle restanti canzoni (appena otto!), della donna di Nuvole barocche si dice soltanto che ha "occhi di verde dolcezza"; in Carlo Martello, il "Sire vincitor" è caratterizzato esclusivamente e significativamente da "un gran nasone, / un volto da caprone", e della "pulzella" sappiamo che ha "lunghe trecce bionde" e (dall'ascolto, non dalla lettura) uno spiccato accento romagnolo; Marinella è semplicemente "così bella", e "belli" e "stanchi" sono i suoi occhi; ancor più astratte, prive di particolari concreti, sono le "bellezze" della donna in Valzer per un amore; Per i tuoi larghi occhi esaurisce nel titolo (coincidente col verso iniziale del componimento) tutte le informazioni sull'aspetto fisico della gelida protagonista; degli innumerevoli attori de La città vecchia non ci resta che l'"ombra di un sorriso" dei "quattro pensionati" (che, propriamente parlando, non rappresenta un tratto fisico specifico, bensì una modalità di esternazione di uno stato d'animo); dei tre protagonisti di Delitto di paese, spicca (ed è tutto) il "capo tutto bianco" della povera vittima; di Geordie sappiamo che "non ha vent'anni ancora", ma non veniamo informati sulle sue caratteristiche somatiche.
       Diversa consistenza ha invece la caratterizzazione interiore, psicologica e morale, dei personaggi deandreani (anche perché spesso possiamo evincerla dal loro comportamento); ma una sua esemplificazione si configurerebbe qui come una pura e semplice anticipazione e riduzione delle osservazioni svolte all'interno dei singoli commenti, ai quali, pertanto, è ovvio il rimando.

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