|
|
Ciao amore, ciao
Personalmente apprezzo moltissimo questo pezzo e contesto coloro che lo hanno banalizzato; penso
che Luigi abbia fatto un percorso lunghissimo e molto faticoso per riuscire a definirlo,
partendo dalla sua emigrazione fino ad utilizzare il ritornello -Ciao Amore, Ciao-, tentando
così di dare la musicalità della canzone popolare per eccellenza "Bella Ciao", ritornello che
Luigi aveva già sperimentato in "Li vidi tornare".
La mia analisi tenta di dimostrare che Luigi, con questa canzone, seppe fotografare il più
grande fenomeno sociale degli anni sessanta in Italia; sì ho detto fotografare, infatti, è
una canzone che parla per immagini. La canzone dice: "la solita strada bianca come il sale",
Luigi contrappone la strada bianca di campagna alle "mille strade grigie come il fumo"
(l'asfalto grigio delle città). "Mille strade" sono anche il simbolo della difficoltà di
orientarsi nella complessità metropolitana rispetto alla semplicità del mondo agreste arcaico
esemplificato da "la solita strada" che si conosce nei minimi particolari.
Poi mette in contrapposizione l'andatura lenta del carro, "dai carri nei campi", con quella degli
aerei, "agli aerei nel cielo" (velocità almeno 200 volte superiore a quella del carro).
Luigi con questa canzone anticipa anche un ragionamento sulla perdita d'identità dell'emigrante
neo-inurbato e la sua conseguente emarginazione e alienazione, e lo spiega così: "saltare
cent'anni in un giorno solo", ovvero cambiare radicalmente le proprie abitudini e farlo in
un così breve lasso di tempo-spazio; questo cambio repentino non consentirà agli emigranti di
metabolizzare subito il nuovo mondo (cultura, tempistiche, SAPERI, legami affettivi...).
Luigi descrive, sempre per immagini contrapposte, la grandissima diversità esistente tra il
sistema arcaico-rurale a quello moderno-metropolitano: "il grano da crescere, i campi da arare;
guardare ogni giorno se piove o c'è il sole, per saper se domani si vive o si muore", vale a
dire i cicli della natura, il legame tra uomo ambiente consolidato da un equilibrio atavico e
governato da ecosistemi collaudati nei millenni...
Questo passaggio sembra un completamento della sua prima canzone sull'emigrazione che contiene
un profondo senso ecologico: "La mia Valle". Parlando dell'emigrato appena inurbato lo descrive
così: "non sapere fare niente in un mondo che sa tutto, e non avere un soldo nemmeno per
tornare...". Sì, Luigi dice proprio neppure un soldo per tornare, perché le leggi che governano
il sistema fordista (per forza consumista...) prevedono che tutto quello che i padroni ti danno
(salario) se lo riprendano, magari inventando nuovi bisogni e consumi (moda, acqua blu..).
A questo punto l'emigrante capisce di essersi illuso, ma che anche tornare al paese, da povero,
sarebbe una grande sconfitta sia rispetto alle sue aspettative che a quelle dei suoi compaesani
che sono già pronti per partire. Scrivendo questa parte Luigi dimostra di avere già la
consapevolezza che alla fabbrica fordista (uomini alla catena di montaggio) non servono uomini
pensanti né i loro saperi maturati e tramandati di generazione in generazione: alla fabbrica
fordista servono solamente delle forti braccia, capaci di assistere le macchine nella produzione
delle merci.
Con questa canzone Luigi introduce anche un altro ragionamento sociologico, una società di
questo tipo produrrà sicuramente ALIENAZIONE METROPOLITANA, quella che poi riscontreremo,
nei quartieri ghetto e nelle città satellite, nei successivi anni settanta-ottanta.
[Analisi di Renzo Zannardi, tratta dal sito di
Maria
Vittoria Conconi]
Copyright 2009 Renzo Zannardi. Tutti i diritti sono riservati.
Tutto ciò che è rappresentato su queste pagine appartiene a Renzo Zannardi.
L'autore ne consente l'uso, con previa citazione, esclusivamente per iniziative culturali e divulgative che non abbiano scopo di lucro.
Per chiedere l'autorizzazione scrivere a
balans@alice.it
|
|
back
|
|