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Il mio regno
Luigi già da giovanissimo sapeva scrivere splendide trasposizioni poetiche.
In questa poesia immagina un suo mondo ideale, un regno completamente diverso da tutti quelli
conosciuti fino a quel giorno. Un regno governato da una fatina (non da una Regina). Una fatina
senza corte né castello, un regno fatto di sola natura dove il castello (la casa del potere) era
un albero secolare.
Questo regno fantastico non aveva bisogno di soldati per essere difeso e soprattutto non voleva
conquistare altri regni o castelli. Perciò un regno senza Re, Regine, corti, eserciti.
Per difenderlo (poiché non vi erano ricchezze) bastava un solo soldato, serviva esclusivamente
per cacciare le streghe che erano anche l'unico potenziale nemico, quelle che potevano far
svanire il sogno. Per cacciare queste streghe non servivano armi complicate, bastavano i sassi
del bosco. Ma con il passare degli anni il soldato sbagliò una sassata e non colpì la strega,
lei riuscì a catturarlo e l'incantesimo svanì.
Solo allora Luigi Tenco si accorge che la realtà è ben diversa da quella immaginata nei sogni
giovanili, si accorge che vivere non è facile, che nella realtà esistono Re e Regine, corti,
eserciti e guerre, soprattutto si accorge che nella realtà è molto difficile vivere felici e
contenti come avviene nelle fiabe.
Allora vorrebbe fuggire, regredire, riemergersi nel suo regno fantastico, ma la strega è lì,
pronta a ricordargli che: le fiabe son storie non vere.
[Analisi di Renzo Zannardi, tratta dal sito di
Maria
Vittoria Conconi]
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