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[da "Cronaca", 24 febbraio 1967]
CIAO, TENCO
Questo articolo, originariamente pubblicato su "Cronaca", è tratto dal
sito www.ilmioregno.it di
Massimo Ciaponi ed è qui riprodotto col suo gentile consenso.
Luigi Tenco non ha saputo sopravvivere ai suoi ideali derisi. S'è
ucciso onesto e incompreso, schiacciato dai "tromboni" e dai
falsi-ribelli che, mentre lui veniva frettolosamente bocciato,
trionfavano sulla ribalta di Sanremo. Non ha capito che nemmeno il
suo tragico gesto "chiarirà le idee" di quel mostro
dell'industrializzazione musicale che egli sfidava con la sua
intelligenza. Ha commesso il grosso errore d'aver ceduto a chi
insisteva perché andasse a un Festival. Ed è morto da disperato,
sconvolto dal fatto che dire delle cose serie non basta a mettere
fuori gioco i "biribo-yè-yè" e le "rose blu".
Sconfitto dallo schieramento inesorabile d'ignote giurie, calcolato
fra i mediocri di un Festival in cui la canzone era solo pretesto,
certo fra i grandi traditi d'un ingranaggio che stritola i meno
conformisti. Luigi Tenco s'è sparato una revolverata alla testa.
È diventato così, d'un colpo, l'agghiacciante primattore d'un
Festival - e d'un mondo - che non poteva capirlo. Di quel Festival
e di quel mondo è diventato lo "scandalo disperato" perché non gli
permettevano d'esserne il mattatore.
Aveva 28 anni. È morto credendosi il più attuale dei ribelli; ed era,
invece - come troppi cantori né bene né male di quest'epoca
epidermica, superficiale, velleitaria, esclusivamente colore e
disamore - un personaggio onesto pari ai più romantici eroi tristi
dell'Ottocento. Scusate se lo paragono al doloroso giovane Weither,
al nichilista Oblornov, allo Jacopo Ortis, ad Uno dei cento tragici
e paradossali suicidi che, col colpo grosso d'una revolverata,
risolvevano un secolo e mezzo fa la loro guerra privata, perduta
in partenza perché dichiarata con le armi della poesia e
dell'anticonformismo a istituzioni e costumi che invece avevano,
dalla loro, la strapotenza delle realtà consolidate e inarrestabili.
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