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L'artista

La creazione poetica e musicale di Luigi Tenco, non chiusa né limitata, spazia fra temi diversi e rielabora anche influenze eterogenee, italiane e straniere: vi si coglie in particolare quella combinazione fra letteratura poetica e musica popolare, che si esprime in una feconda interazine fra cultra diverse e nel segno di un'originalità illuminata da un'appassionata partecipazione emotiva.
[M. Gabriella Angeli Bertinelli, in M. Dentone / Nedo Gonzales, Luigi Tenco, Bastogi, Foggia 2003, p. 7]

Tenco, come altri cantautori, compie il piccolo miracolo di fotografare la realtà delle cose e delle emozioni sampandola poi su carta indelebile, ritagliata col gusto dell'artigiano nelle dimensioni ridotte di una semplice canzone. Egli è in Italia tra i primi a valorizzare il testo, per potersi esprimere con un certo spessore; senza per questo trascurare le musiche, che sono anzi raffinate, articolate, spesso fuori schema (le ha analizzate benissimo Giovanna Marini). Come in ogni canzone che si rispetti, la magia sta nella sintesi felice tra queste due forme. Nei testi però Tenco ha un'assoluta originalità: recupera un linguaggio colloquiale, quotidiano e "urbano", magari ereditato dai poeti più amati (Montale, Pavese, Saba, Sbarbaro, Caproni); introduce in canzone vocaboli ed espressioni imprevedibili, fulminanti; circoscrive le situazioni in ambienti precisati, concreti, anche sensuali; apre a contenuti nuovi, stupefacenti per la canzone italiana dell'epoca; parla d'amore, ma anche di sesso e di morte. Un bagaglio culturale che non si chiedeva a un "cantante" (e spesso non si chiede neppure oggi) sorreggeva Tenco e i nuovi cantautori come lui.
[Enrico De Angelis, Io sono uno, Baldini & Castoldi, Milano 2002, pp. 11-12]

Quello - fra i cantautori italiani della "prima ora" - che più degli altri ha inteso la parte musicale come funzione e supporto del testo, tanto da sacrificare in qualche caso la prima a vantaggio del secondo, e che più si è avvicinato all'immagine di poeta della canzone è stato Luigi Tenco. Senza l'estetismo di Paoli né la speculazione di Endrigo, Tenco ha saputo quasi sempre trovare la chiave giusta per trasformare la parola consueta, quotidiana, in un messaggio immediato e diretto, con la semplicità del naif e l'incisività del poeta epico, anche nelle sue più delicate canzoni liriche. C'è inoltre, frequentemente, un senso del grottesco appena suggerito, abbastanza insolito nella nostra cultura. Prima uomo che letterato, tutta la sua opera risente di questa intensa partecipazione emotiva, che attinge spontaneamente le sue fonti e le sue forme dalla realtà che lo circonda: in questo senso, perciò, Tenco si situa meno di altri cantautori sulla scena dell'"arte colta", avvicinandosi maggiormente a quella popolare.
[Mario De Luigi, cit. in M.L. Fegiz, Morte di un cantautore. Biografia di Luigi Tenco, Gammalibri, Milano 1976, p. 93]

Tenco inventa la protesta quando in Italia non si parla ancora né di Dylan né di Donovan né di Barry McGuire (Ognuno è libero, E se ci diranno; piena di echi, quest'ultima, di Fini e mezzi di Huxley); Cara maestra ironizza, ma a lettere di fuoco, contro il perbenismo che permette la guerra e le stragi (e, perché no? anche quelle di Stato).
[Aldo Fegatelli Colonna, Luigi Tenco. Vita breve e morte di un genio musicale, Mondadori, Milano 2002, p. 69]

In Tenco troviamo le tensioni di Brassens: l'anarchia esistenziale, l'avversione per la borghesia, il culto dell'amicizia, la franchezza spinta fino alla sregolatezza, la pietà per gli oppressi e i deboli, il disprezzo per il vestire ricercato. L'anelito di Tenco fu pariteticamente quello di legare la canzone all'impegno (engagement), come in Francia era già avvenuto e dove non esisteva separazione tra canzone e cultura ma dove quella trovava anzi ispirazione e addirittura confronto nella frequentazione di ambienti culturalmente rilevanti (Sartre, Prévert).
[Aldo Fegatelli Colonna, Luigi Tenco. Vita breve e morte di un genio musicale, Mondadori, Milano 2002, p. 75]

Essere in anticipo è peggio che essere in ritardo, perché quando arrivi, non solo non c'è nessuno, ma non sai se mai qualcuno arrivierà. Sei assolutamente solo. Se poi hai scelto il pubblico come contraltare alla tua arte, e soprattutto alla tua vita, è certamente un dramma. Luigi Tenco era in anticipo. Era in anticipo su tutto. Aveva capito prima degli altri che i mondo, compreso quello musicale, era sulla soglia di una svolta epocale. Un rivoluzione che avrebbe spazzato via tutto il vecchio per fare spazio a una nuova stagione, della quale la musica sarebbe stata il leit-motiv. Un rivoluzione a cui lui, purtroppo, non avrebbe preso parte perché ancora una volta troppo in anticipo, aveva tolto il disturbo.
[Annino La Posta, in "L'isola che non c'era", n. 30, luglio 2003, p. 9]

Era un vero poeta, voleva comunicare con la gente con il mezzo più semplice che oggi è appunto quello della canzone.
[Mino Reitano, in Renzo Parodi, Luigi Tenco, Tormena Editore, Genova 1997, p. 168]

Non ricordo che ci fosse, in Italia, uno che facesse le cose che faceva lui. Cantava con la tecnica dello strumentista a fiato, cioè con un gran controllo della colonna d'aria. I primi pezzi Luigi li fece con me. Si andava in sala d'incisione e, come si dice in gergo: "Buona la prima". Un grandissimo interprete, però molto timido. Era preoccupato di non nuocere alla reputazione della famiglia. Essere un canante allora era disdicevole.
[Nanni Ricordi, in Renzo Parodi, Luigi Tenco, Tormena Editore, Genova 1997, p. 69]

Luigi dava molta più importanza al testo che alla musica. Non scriveva mai tanto per scrivere: ogni canzone rispecchia un determinato momento della sua vita.
[Valentino Tenco, da un'intervista di Alberto Bazzurro del 1987. Ora in "L'isola che non c'era", n. 30, luglio 2003, p. 6]

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