luigi tenco.  varia .webmaster   .contatti   .copyright  

[da "Il Lavoro", 28 gennaio 1967]


LETTERA DI TENCO


La lettera qui riportata fu scritta da Luigi Tenco due giorni prima di morire e venne pubblicata il 28 gennaio 1967 dal quotidiano genovese "Il Lavoro".


Quando un Paese riesce a esprimere in chiave moderna una sua musica tipica (come è avvenuto per la bossanova e il cha cha cha), per un certo periodo di tempo il mondo intero impazzisce. In Italia, purtroppo, il grosso sbaglio è quello di guardare al mercato mondiale e imitarlo, quando ci sarebbe da noi un patrimonio musicale vastissimo e pieno di folklore. Bisognerebbe prendere melodie tipiche italiane e inserirle in un sound moderno, come fanno i negri con i rhythm and blues o come hanno fatto i Beatles che hanno dato un suono di oggi alle marcette scozzesi, invece di suonare con la zampogna.
In Italia si è vittime del provincialismo perché sanno apprezzare solamente quello che viene dall'estero; ed è un provincialismo per di più apprezzato dalla stampa, dalla radio e dalla televisione. Nessuno fa niente per la nostra musica. Eppure il patrimonio folkloristico è così vario che ogni cantante e compositore potrebbero attingervi mantenendo la propria personalità. Se uno vuol fare la protesta, può protestare; se un altro vuole far ballare la gente, può farla ballare; ce ne sarebbe per tutti. Dopo Sanremo 1966 la polemica sui capelloni si è accesa di tinte assurde; come sempre hanno fatto di ogni erba un fascio, dicendone di tutti i colori. Gli argomenti preferiti da certa gente sono che i capelloni non lavorano, che si tratta di esseri sporchi, intellettualmente ritardati; bene, a questo punto io mi proclamo un capellone, mi sento uno di loro. Eppure lavoro sodo, mi lavo regolarmente e fino a questo momento, con tutti i difetti che mi possono attribuire, nessuno mi ha mai considerato un cretino.

back
home