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[Venezia, febbraio 2008]


CRISTINA ROMIERI: "UN BEL GIORNO CAMBIERA'..."


Quella che segue è la presentazione di Cristina Romieri alla ristampa (21 marzo 2008) degli 8 numeri unici dedicati a Luigi, fra il gennaio 1969 e il marzo 1974, dal Club "Luigi Tenco" di Venezia.
Ringrazio l'autrice, mia nuova grande amica, per il gentile consenso alla pubblicazione del suo prezioso scritto in questo sito.


Lo scorso anno è stato ricordato, con varie iniziative, il quarantennale della morte di Luigi Tenco, avvenuta la notte fra il 26 e il 27 gennaio 1967 in una stanza nel seminterrato di un hotel che ora non c'è più, a Sanremo - "città dei fiori" - definita così anche da Francesco De Gregori in una sua canzone, Festival, a lui dedicata ("quel giovane angelo che girava senza spada").

Noi quest'anno vogliamo ricordare Luigi Tenco nella ricorrenza dai settant'anni della sua nascita, il 21 marzo 1938 a Cassine, ai piedi delle colline del Monferrato, la valle della sua infanzia ("dove ho imparato ad amare il sole perché fa crescere l'erba nei prati, dove ho imparato ad amare la pioggia perché fa crescere l'acqua nei pozzi …"), prima di approdare con la famiglia a Genova e al suo mare. Lo stesso "luogo dell'anima" di Cesare Pavese, che definiva i vigneti delle sue Langhe un "corpo che vive, che ha il suo respiro" e a cui lo legano vari aspetti: "entrambi anticipatori della modernità, nella denuncia disincantata del perbenismo ipocrita, della crisi dei valori morali", come intitola un corso dell'Università degli studi di Genova a loro riferito (la stessa Università che nel 2002 organizzò un convegno su Tenco e che gli ha intitolato una sala di lettura). Ricordarlo nella sua nascita - è il nostro desiderio - per dare risalto e sottolineare ciò che ha fatto nella sua breve vita. Della sua morte se ne è parlato in questi ultimi tempi forse anche troppo, benché diverse oscurità giustificassero dubbi ed interrogativi, tanto da portare a riesumarne il corpo che riposa nel cimitero di Ricaldone, l'altro piccolo paese della valle in cui è vissuto e in cui è sorto recentemente un centro di documentazione a lui dedicato e dove ogni estate si svolge dal 1992 una rassegna della canzone d'autore, L'isola in collina ("io vorrei essere là nella mia verde isola …").

Quest'anno si celebra un altro anniversario: i quarant'anni dal mitico Sessantotto. Tenco non ha fatto in tempo a vedere il fiorire del Maggio francese e di quella stagione abbagliante che è stata comunque straordinaria e fondamentale (nonostante errori, tragiche derive e oscure nuvole), in cui c'era un'enorme creatività e ricerca, in cui tutto era in discussione, anche e soprattutto la propria vita. Ma ha sparso molti semi perché fiorisse quella stagione.

Con i suoi testi contro la guerra, il razzismo, il clericalismo ipocrita, la scuola classista, la corruzione e il consumismo, il qualunquismo e i benpensanti (a cui poi si rivolgerà Fabrizio De André in Preghiera in gennaio, canzone in ricordo del "poeta che troppo pochi hanno capito", come scriverà in una lettera al Club), anche contro le inibizioni e il perbenismo sessuale di allora (ricordiamoci che non c'era ancora nemmeno il divorzio), contro un mondo insomma da svecchiare e rinnovare. Anche con la canzone, come dirà in un confronto -dai toni aspri per quell'intransigenza spietata tipica di allora- sul tema della canzone di protesta tenutosi nel novembre 1966 al Beat 72 di Roma: "anche la canzone può servire a far pensare", "una canzone veramente vera, giusta, moderna". Una canzone capace di rompere quella monotonia conformistica fatta di schemi fissi e luoghi comuni, già scalfita negli ultimi anni '50 da Domenico Modugno, ma ancora più profondamente - oltre che da Tenco - da Gino Paoli, da Umberto Bindi e da quegli altri cantautori poi chiamati un po' impropriamente della "scuola genovese". Non a caso alcuni suoi testi subirono una pesante censura da parte della RAI: le "peccaminose" Una brava ragazza e Io sì (non a caso poi interpretata da Ornella Vanoni) e quella Cara maestrache non può non ricordarci l'insegnamento di don Lorenzo Milani, prete scomodo scomparso anche lui in quel '67 che vide anche l'uccisione di Che Guevara. E a proposito di censura e di impegno antimilitarista, va ricordato che Tenco fu il primo a tradurre, con il titolo Padroni della terra, una canzone "maledetta", Le déserteur, scritta da Boris Vian ai tempi della guerra in Indocina, ripresa in questi ultimi anni anche da Ivano Fossati.

Con il suo rigore morale, la sua coerenza (pur nelle umane fragilità e contraddizioni), il suo non accettare compromessi: "io compromessi non ne ho fatti mai, con nessuno, perché non ne so fare, non riesco a venire a patti con la coscienza, cioè con certe mie convinzioni". Non vogliamo qui discutere la sua scelta (libera, illusoria, suggerita o in qualche modo indotta - quale sia stata -, certo sofferta) di partecipare assieme a Dalida al Festival di Sanremo (quella specie di istituzione nazional-popolare che tutti conosciamo - con i suoi affarismi e il suo ambiente ipocrita e spietato - e che mai gli ha tributato, almeno finora, un adeguato ricordo) con la canzone Ciao amore, ciao sul tema dell'emigrazione (ma la stesura originaria intitolata Li vidi tornare forse voleva ricordare la spedizione di Sapri dei trecento "giovani e forti"). E se questa scelta sia stata un compromesso con se stesso che l'ha annientato. Vogliamo solo ricordare il suo dichiarato (naturale) desiderio di "diffondere adeguatamente le canzoni", di avere un pubblico sempre maggiore, necessario per poter trasmettere la propria visione del mondo ("se dentro le canzoni ci metto delle idee, queste idee si trasmettono con le canzoni"). E ricordare la serietà che metteva in un lavoro che era tutt'uno con la sua vita, una passione iniziata ancora negli anni del liceo suonando il clarinetto e il sax - con più pseudonimi - in varie band di jazz e rock&roll (in compagnia anche di Bruno Lauzi, Fabrizio De André, Lucio Dalla, Enzo Jannacci), scrivendo canzoni cantate anche da altri (Giorgio Gaber, Jimmy Fontana, The Primitives…) e il suo credere fortemente in ciò che faceva ("qui nel mio campo c'è ancor tanto da fare", "anche qui domani qualcosa cambierà"). Stava lavorando con gli amici Piero Vivarelli e Gianfranco Reverberi ad una sorta di movimento-progetto per il folk italiano volto a recuperare il grande patrimonio della canzone popolare e con loro (e con Sergio Bardotti e Lucio Dalla) aveva sottoscritto pochi mesi prima una lettera, pubblicata da Big - un giornale specializzato di allora - che polemizzava con la "linea verde" di Mogol a favore di una "linea gialla" non meno ambientalista ma decisamente di più reale contestazione.

Anche il film che ha interpretato come attore assieme a Donatella Turri, La cuccagna, scritto e diretto nel 1962 da Luciano Salce, con musiche di Ennio Morricone e una canzone cantata da Tenco ma scritta da De André, La ballata dell'eroe, può definirsi un anticipo del '68, narrando la storia di due giovani che cercano con difficoltà una propria strada nell'Italia del cosiddetto boom economico e che si scontrano con un mondo cinico e indifferente. Si parla, per la prima volta nel cinema italiano, di obiezione di coscienza, allora reato punito col carcere. E anche in una trasmissione televisiva del '64, La comare - in cui compariva come ospite fisso - le ballate che cantava affrontavano vari problemi sociali in tono satirico e - recitando - impersonava il ragazzo introverso, teso a una continua ricerca interiore. In realtà Luigi, come testimoniato dai suoi vari amici ("irrequieti ragazzi al bar che sognavamo di cambiare il mondo, che facevamo cose bellissime e grandi cazzate, con tutti i difetti e tutti i sogni che puoi avere a venticinque anni"scriverà Gino Paoli), nonostante quel suo sguardo severo e triste, amava molto anche scherzi e risate. Oltre che naturalmente l'amore, cantato in maniera ironica e trasgressiva, sofferta e dolce, mai banale. Come la sua musica, raffinata ed articolata in modi innovativi.

Un impegno reale quello di Tenco, sentito e vissuto, nella ricerca del suo "posto nel mondo" (fa tenerezza pensare che abbandonò la facoltà di ingegneria, preferendo quella di scienze politiche perché non voleva ci fosse "un ingegnere in più al servizio del capitale"). Non costruito, come invece costruiti erano (e purtroppo lo sono ancora, anche se con diversa consapevolezza) tanti personaggi creati dall'industria discografica secondo la moda del momento, capace di strumentalizzare a fini commerciali gli stessi fermenti contestatori. Come quella canzone dal nome altisonante, La rivoluzione, citata assieme ad una melensa e vuota canzone d'amore nel suo biglietto d'addio scritto prima di spararsi, che ha fatto dire a molti - con troppa superficialità - che si era ucciso per una canzone eliminata. Ma che ha fatto scrivere a Salvatore Quasimodo: "ha voluto colpire a sangue il sonno mentale dell'italiano medio"; "la sua ribellione ha ancora una volta urtato contro il muro dell'ottusità". E che ha fatto dire recentemente a Francesco Baccini, presentando l'iniziativa dell'Independent Music Daya lui dedicato, che si terrà a Sanremo nei giorni del Festival: "il primo che si è ribellato al sistema".

Questi otto numeri unici realizzati dal Club Luigi Tenco di Venezia nel periodo che va dal gennaio1969 al marzo 1974 - che abbiamo voluto ristampare - erano stati preceduti dal volume In ricordo di Luigi Tenco, uscito giusto un anno dopo la sua morte, che raccoglieva soprattutto molte poesie scritte spontaneamente in sua memoria, riprese in parte da un giornale di allora, Ciao Big (con cui collaborava l'amico Piero Vivarelli), che aveva anche istituto il Premio Tenco da attribuire ad una canzone del Festival. E da sei pagine intitolate Caleidoscopio, sempre a cura del Club, pubblicate all'interno di un giornale locale dell'epoca, Minosse a partire dal 13 giugno '68, poi fatte chiudere per evidenti motivi di disturbo. E a quel periodo strettamente legate: gli articoli trattavano di pace e guerra nucleare, della Primavera di Praga, delle rivolte parigine, della tragedia del Biafra, del razzismo, delle Olimpiadi insanguinate di Città del Messico, della morte di Kennedy, della pillola anticoncezionale, dell'esperanto … e naturalmente di canzoni, quelle d'autore e quelle popolari. Con pubblici ringraziamenti a quanti, nel mondo dello spettacolo, contribuivano a tenere in vita il nome di Luigi: Renzo Arbore per primo, ma anche Alberto Lupo, Miranda Martino, Mina, Lilian Terry, Roberto Arnaldi …

Il primo Numero unico esce due anni dopo la morte di Tenco, il 27 gennaio 1969 alla vigilia di un po' meno "plastificato" Festival di Sanremo (al secondo posto si piazza Lontano dagli occhi di Sergio Endrigo e tra i debuttanti ci sono Gabriella Ferri e Lucio Battisti), ma contestato anche da Dario Fo e Franca Rame che lo definiscono "un prodotto della borghesia che addormenta le coscienze dei lavoratori". Negli stessi giorni Jan Palach e altri giovani si davano fuoco nella Primavera di Praga contro l'invasione russa. Tragedia evidenziata in prima pagina, in cui si fa presente l'apparente assurdità in quelle tremende giornate di ricordare il gesto di un altro ragazzo che si era ucciso "solo" per protestare contro il mondo della canzone. Ma sottolineando che quei principi e quegli ideali erano sostanzialmente gli stessi.

In questi otto numeri unici, accanto agli articoli che ricordano Luigi e la sua chitarra che "non era in vendita", vi sono le recensioni musicali di alto rilievo di Enrico De Angelis, diventato poi uno dei più noti critici musicali e attuale responsabile artistico del Club Tenco di Sanremo (sorto successivamente nel 1972) e della sua annuale Rassegna della canzone d'autore con relativa assegnazione del Premio Tenco. Gli altri articoli parlano - purtroppo ma inevitabilmente ancora - della guerra, anche di quella del Vietnam, dell'opposizione contro il regime franchista in Spagna e contro quello dei militari in Grecia, della legge per l'obiezione di coscienza che si andava a conquistare con decine di obiettori in carcere e anche di quella per l'istituzione del divorzio, della contraddizione tra lo sbarco umano sulla Luna e l'orrore in tanti-troppi luoghi qui sulla Terra, della marcia contro la fame. E ancora del mondo sofferto delle carceri, dell'emigrazione ("dire addio al cortile andarsene sognando … e non avere un soldo nemmeno per tornare"), dei diversi, della droga, della scuola selettiva che boccia i poveri, di campi di lavoro alternativi alle vacanze normali e del generoso volontariato dei giovani nell'alluvione di Genova dell'ottobre '70. Anche del rispetto per gli animali, con l'adesione ad una delle prime petizioni contro l'orrendo crimine della vivisezione. Con un accenno pure alla salvezza di Venezia e a quel don Pio che ha messo in discussione - forse per primo allora - il celibato dei preti. E poi naturalmente la poesia, quella degli amici del Club accanto a quella di Brecht, Garcia Lorca, Cardarelli, Eliot … Sono riportate anche due iniziative di particolare rilievo: la costruzione di abitazioni per i lebbrosi nel Ciad dedicate a Luigi a cura del Gruppo giovanile Terzo Mondo di Genova Cornigliano e l'assegnazione del Premio allo studio Luigi Tenco a Vincenzo Rizzitiello, che ha consentito di stampare il suo libro Un maestro in Lucania sulla propria esperienza in una povera pluriclasse della Basilicata.
Al primo Numero unico era allegata una linoleumgrafia di Simone Bolla, artista veneziano conosciuto dal Club tramite il libertario e molto attivo Circolo Internazionale di Cultura Popolare, ispirata ad una frase - citata anche prima - di una canzone di Luigi: "io vorrei essere là nella mia verde isola ad inventare un mondo fatto di soli amici", una sorta di motto del Club stesso. Opera che abbiamo scelto di riprodurre quale copertina di questa raccolta. Nei successivi numeri vennero pubblicate intense incisioni di un altro artista veneziano, Luciano Dall'Acqua, socio del Club, raffiguranti una realtà di desolazione e sofferenza. Di particolare tragica attualità l'urlo (quasi munchiano) davanti alle fabbriche forse di Porto Marghera, simbolo comunque di tutte quelle fabbriche che inquinano, che fanno morire. Di Dall'Acqua è anche il disegno che raffigura l'intenso sguardo di Luigi, riprodotto nel retro-copertina.

Trenta pagine circa, ormai ingiallite negli originali, ma che a nostro avviso conservano la stessa freschezza di quegli anni, forse anche la stessa ingenuità e magari contraddizione, ma in cui si avverte un profondo impegno morale, di ricerca di giustizia, di pace. E di sincera amicizia (la "verde isola"). Molti di quei problemi (la guerra, la fame, l'ingiustizia, l'emarginazione …) sono purtroppo ancora attuali. Come sono ancora attuali le canzoni di Tenco, che sembrano non sentire il peso degli anni. Sono anzi ancora di una straordinaria modernità: basti pensare al più volte citato "mi sono innamorato di te perché non ho niente da fare"ma anche "se sapessi come fai a fregartene così di me" (che la RAI voleva trasformare in "infischiartene") - per rimanere al tema dell'amore - e che vengono continuamente riscoperte dai giovani e reinterpretate da vari artisti anche attraverso spettacoli teatrali. È bello, nelle manifestazioni per la pace, sentir riecheggiare, accanto ai più noti canti, anche quel suo "E se ci diranno che per rifare il mondo c'è un mucchio di gente da mandare a fondo … noi risponderemo no, no, no!".

Per me, allora ragazzina, quella morte è stata - al di là del fascino che il suicidio indubbiamente ha nei confronti dell'inquietudine e degli smarrimenti adolescenziali - la spinta per cominciare ad occuparmi e vedere con occhi diversi la realtà. Da questi suoi testi, da queste sue musiche sentite tante e tante volte con il vecchio giradischi è iniziato un cammino, in parte documentato anche in questi stessi numeri unici. Le sue canzoni, assieme in particolare a quelle di Bob Dylan, Joan Baez e a quelle degli storici Dischi del Sole, sono state una specie di colonna sonora che mi ha accompagnato in questi anni e che mi accompagna ancora. Soprattutto quella sua struggente "Vedrai, vedrai… forse non sarà domani ma un bel giorno cambierà …", che aveva sensibilmente dedicato alla madre, quasi un consolante mantra (penso non solo per me).

Sono nate queste pagine dal tenace lavoro di Ornella Benedetti che qui al Lido di Venezia ha fondato nello stesso 1967 il primo Club Luigi Tenco, perché sentiva che si doveva far qualcosa ("perché il nostro seppur rispettoso silenzio verrebbe fatalmente scambiato per indifferenza"), non lasciare che quella morte scivolasse nell'oblio del tempo, come in tanti avrebbero voluto e come stava accadendo, così come avevano fatto con quel corpo portato via in tutta fretta perché lo spettacolo doveva continuare (significativo poi che al funerale a Ricaldone in quella mattina d'inverno abbia partecipato tanta gente ma nessun cantante, se non Fabrizio De André). Si legge nella tessera del Club: "Lo scopo è di mantenerne vivo il ricordo esaltando nel mondo della canzone quegli ideali di poesia, onestà e dignità umana a cui Luigi ha voluto esser sempre fedele illuminando la sua breve vita, che se noi vogliamo non sarà stata spesa inutilmente". Senza mitizzazioni e senza fanatismi, che potevano anche risultare facili (un settimanale a quel tempo fece un articolo sul Club intitolato Cantano e piangono in nome di Tenco naturalmente non era proprio così). Desideriamo a questo proposito fare una piccola ma doverosa smentita a quanto riportato nel recente e fondamentale libro Il mio posto nel mondo scritto dallo stesso De Angelis assieme ad Enrico Deregibus e a Sergio Secondiano Sacchi, in cui si afferma che nel 1968 il Club di Venezia "fa celebrare una messa solenne a Ricaldone in suffragio di Tenco, nell'anniversario della morte". Niente di male, ma così non è stato.

Riproporre la stampa di questi otto numeri unici in occasione dell'omaggio che il Centro Culturale Candiani, l'Associazione Art Poétique e lo stesso Club Luigi Tenco di Venezia gli dedicano, con la proiezione del film La cuccagna e con un concerto delle sue canzoni interpretate da Grazia De Marchi e Roberto Nardin, accompagnati al pianoforte da Giannanantonio Mutto, significa far conoscere una testimonianza sincera, preziosa e ancora vitale di quegli anni, ma anche un ringraziamento a questa donna - Ornella - che non ha mai scelto di evidenziare se stessa ma che, vincendo quella "battaglia contro il tempo" (come ha scritto nel 2000 nella sua Piccola storia del Club Luigi Tenco di Venezia - A tutti quei giovani che nel '67…), continua ancora a tenere in vita la memoria di un artista e di un uomo. Un ragazzo sensibile e fiero che voleva cambiare il mondo anche con le sue canzoni e che è riuscito a non farsi cambiare dal mondo. Che vogliamo ricordare - come scritto all'inizio - non solo nella sua tragica morte (che comunque ha dato tanto) in una fredda e sconvolta notte di gennaio ma anche nella sua nascita, il primo giorno di primavera, quasi una meteora (arrivata forse troppo presto) incastonata tra la costellazione dei Pesci con la sua emotività, sensibilità e creatività e quella dell'Ariete con la sua passione, energia e impulsività, in un piccolo paese dove mi piace sapere esiste ora un luogo dove i cavalli salvati dal macello possono correre liberi. Ricordarlo per la sua vita. E per quei semi.

Venezia, febbraio 2008

Cristina Romieri

Tra i vari scritti lasciati da Luigi (racconti, sceneggiature …) vi sono degli ironici e divertiti comunicati sul suo appartenere "fatto un attento esame delle sue prerogative e del suo carattere, più alla razza felina, e per l'esattezza alla specie dei gatti, che a quella umana. Per questo gli hanno affibbiato il soprannome di gatto. La Società Protettrice degli Animali si sta interessando al caso".

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