Antonio Vincenzo Stefano - in arte Totò - nacque il 15 febbraio 1898 a Napoli nel rione
Sanità, e precisamente al secondo piano del numero civico 107 di Via Santa Maria
Antesaecula [La foto della lapide qui a fianco è stata scattata da
Domenico De Fabio, webmaster del sito www.antoniodecurtis.com,
ed è qui riprodotta col consenso dell'autore]. Molte biografie riportano erroneamente il
civico 109, ove in realtà la madre di Totò si trasferì, ovviamente col proprio figlio,
pochi mesi dopo la nascita di questi.
Solo nel 1921 la madre Anna Clemente, che lo aveva registrato all'anagrafe con il proprio
cognome, sposerà il marchese Giuseppe De Curtis, il quale riconoscerà il giovane come suo
figlio naturale nel 1928.
Nel 1933 il neo-marchese Antonio De Curtis verrà adottato dal marchese Francesco Maria
Gagliardi Focas, e il 18 luglio 1945 il tribunale di Napoli gli
riconoscerà il diritto di fregiarsi dei nomi e dei titoli di: "Antonio
Griffo Focas Flavio Angelo, Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis
di Bisanzio, Altezza imperiale, Conte palatino, Cavaliere del Sacro
Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria,
principe di Costantinopoli, di Cicilia, di Tessaglia, di Ponto, di
Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro,
conte e duca di Drivasto e Durazzo". Ma il pubblico continuerà a
conoscerlo ed amarlo con il semplice e familiare nomignolo che gli
diede la madre... E vien da chiedersi se la sua ironia verso la
magniloquenza e il linguaggio forbito non gli venisse, anche, da
questi nomi altisonanti, che ben poco si adattavano alla sua semplicità e umanità!
Ma torniamo indietro...
Terminate le elementari, nel 1909, Totò iniziò a frequentare
il ginnasio presso il Collegio Cimino, nel palazzo dei Principi di
Santobuono, in via San Giovanni a Carbonara di Napoli. Fu qui che un precettore,
mentre scherzava a fare la boxe con i suoi allievi, lo colpì
involontariamente provocandogli quella difformità al naso che
rese unici il volto e l'espressione - in una parola la "maschera" - di Totò.
Nel 1912 Totò abbandonò il ginnasio cimentandosi in diversi mestieri e
cominciando a frequentare i teatri di Napoli in cui si esibivano i
più grandi comici del periodo, fra i quali Gustavo De Marco, del quale
iniziò a imitare le "macchiette".
Fra il '13 e il '14 Totò cominciò ad esibirsi con lo
pseudonimo di "Clerment" in alcuni scalcinati teatrini di periferia,
per una paga giornaliera di una lira e ottanta centesimi. Ma
l'avversione della madre per questa sua passione indusse Totò ad
arruolarsi nell'esercito. Era il 1915.
Presentatosi al Distretto Militare di Napoli, venne assegnato al 22°
Reggimento di Pisa, ma ben presto, resosi conto che la vita militare
non faceva per lui, divenne uno specialista nel marcare visita
inventandosi di volta in volta i malanni più disparati. Dopo qualche
settimana venne trasferito al 182° Battaglione di fanteria, destinato
ad andare in Francia. Ma prima della partenza per il fronte il
comandante del battaglione li avvertì che avrebbero coabitato con un
reparto di soldati marocchini e li mise in guardia sulle loro strane
abitudini sessuali. Totò fu terrorizzato e alla stazione di
Alessandria si inventò un attacco epilettico così perfetto da essere
ricoverato all'ospedale militare. Passò così all'88° Reggimento di
stanza a Livorno.
Fu proprio durante questo periodo che coniò un motto destinato a
diventare celebre: "Siamo uomini o caporali?". Aveva infatti
incontrato sulla sua strada un caporale ignorante e presuntuoso che
lo costringeva ai compiti più umili. Tale incontro assunse un
valore emblematico per Totò, che ne fece un perno della propria
"filosofia", o meglio - abbassando un po' i toni - del proprio
"fatalismo" riguardo alla considerazione dell'esperienza umana.
Terminata la guerra, Totò fece ritorno nella sua Napoli, dove cominciò
a recitare in piccoli teatri riproponendo le "macchiette" che aveva
appreso da De Marco. Nel 1919 si esibì alla "Sala Napoli" e l'anno
seguente al più celebre "Trianon". Ma, nel 1922, un clamoroso fiasco al teatro "Della Valle" di Aversa lo
convinse a lasciare Napoli per trasferirsi a Roma, insieme ai genitori,
in un appartamento di Via Villafranca.
Nella capitale, dopo vari tentativi andati a vuoto, lavorò senza
compenso nella Compagnia comica di Umberto Capece, dalla quale fu
licenziato per aver chiesto il rimborso del biglietto del tram.
Fortunatamente, poco dopo riuscì ad ottenere una scrittura da don Peppe Jovinelli, nel
cui celebre teatro in piazza Guglielmo Pepe furono tenuti a battesimo
tutti quei comici che segnarono la storia del teatro italiano.
Lo stesso Totò ricorderà con orgoglio: "Fu Jovinelli a lanciare
Raffaele Viviani e Ettore Petrolini, e a valorizzare attori come Armando
Gill, Alfredo Bambi, Pasquariello e Gustavo De Marco".
Proprio i notevoli consensi ottenuti al "Teatro Jovinelli" gli permisero il
debutto al famoso "Teatro Sala Umerto I", un locale esclusivo e poco
accessibile agli attori sconosciuti.
La strada era ormai spianata: dal '23 al '27 ebbe l'opportunità di esibirsi nei
principali caffè-concerto italiani, dal "Trianon" e dal "San Martino"
di Milano al "Maffei" di Torino. Totò era ormai conosciuto in tutta Italia.
Nel 1927 Totò fu scritturato dalla compagnia di Achille Maresca, con la
quale pssò alla "rivista" recitando in "Madama Follia" e "Mille e una
donna".
Dopo esibizioni nei vari teatri dell'Italia settentrionale, nel settembre
del '29 debuttò al "Teatro Nuovo" di Napoli, con la Compagnia Molinari,
in "Messalina". Fu un autentico trionfo, replicato da "I tre
moschettieri", "Bacco Tabacco e Venere", "Santarellina", "'O balcone
'e Rusinella", "Amore e Cinema".