le ossa


Le ossa
di
Riccardo Venturi


      La fermata del Dieci sarà ferma?
      Non so, perché si muove il tempo.

      Mi sovrasta un'impalcatura, tubi,
      aggrovigliamenti, nastro bicolore

5    nel pomeriggio d'un marzo estivo
      vestito di caldo e di malizie.

      Le ossa del tempo ho davanti,
      son femori e vertebre lunghe;

      seduto le sento dolere
10   di sforzi a sostegno di niente

      di sforzi a sostegno di tutto,
      non hanno segnalazioni.

      C'è un dono che passa improvviso,
      un periplo capillare

15   di una zanzara innocente
      che canta che gira che osserva.

      Le ossa del mondo ho dietro,
      son costole e tarsi stremati

      in piedi le sento occupare
20   mestessi in ovunque perduti

      mestessi in ovunque a venire,
      non hanno saturazioni.

      Controllo gli orari sul foglio,
      son numeri e tempi sbagliati;

25   allargo le braccia e mi siedo,
      passando una donna si chiede.

      Che gesti saranno, che cause?
      Ma passa e scompare per sempre.

      Le ossa del vivere ho accanto,
30   son ìlei, bacini, mascelle

      e i passi di chi s'allontana
      e i passi di chi s'avvicina

      e grida di quell'operaio
      che tira secchiate e macerie

35   e ruote del Dieci che arriva
      grugnendo di fate morgane

      e sguardi e rancori e promesse
      d'ignoti che salgono dentro

      le ossa del sempre, le ossa
40   le ossa del nostro destino.

      Viale Manfredo Fanti, Firenze, 15 marzo 2007
      ore 14 circa


["cosa" (o "bischerata" che dir si voglia) inedita]


Non un commento: semplici impressioni

Quando l'autore - pochissime ore prima di comporla - mi annunciò il titolo di questa sua nuova "bischerata", io mi aspettavo chiaramente (forse direi meglio oscuramente: ma è la stessa cosa) una poesia sulla morte: e lo è, se non erro; o se non altro [mi auguro un po' ingenuamente che il sofisma passi inosservato] perché, quando si parla della vita, si parla sempre, più o meno implicitamente, anche della morte...
Non mi aspettavo però - chissà poi perché... - questo taglio: cioè la prospettiva di una morte più malinconica che terrificante, poiché intravista come in filigrana o in controluce; osservata (anzi auscultata) con disinganno, quasi con disattenzione o trascuratezza...
Non per nulla - al di là delle intenzioni (che soltanto il creatore conosce: o forse nemmeno; e comunque non sempre) - la presenza più viva e forte in questi versi, la più palpabile nella sua vulnerabile fragilità, è indubbiamente quella della creatura più effimera, a indicare come la durata del tempo (con o senza Bergson; e comunque categoricamente contro Agostino, visto che qui il tempo "si muove") non equivale all'intensità delle esperienze che in esso si svolgono: tutt'altro! Infatti, il periplo circoscritto da una "zanzara innocente" (ignara, ma quanto curiosa!) contiene e trattiene in sé uno spessore di senso quale vanamente noi miseri mortali cerchiamo [si fa per dire...] ed attendiamo [magari mentre "attendiamo" un autobus alla fermata, o "attendiamo" a gesti logori e pensieri consueti], senza mai riconoscere - così distratti, e così confusi - i tanti noistessi perduti e senza mai accogliere i tanti noistessi a venire.
E allora ad essere sbagliati - anziché i "numeri e tempi" sull'orario (dove un refuso è pur sempre altamente probabile) - non siamo forse noi? Non è forse la vita? Se sì, come possiamo correggerla? Come correggerci? Ma forse c'è ben poco da correggere, dato che qualunque vita ha un senso negativo per il semplice fatto che attuandosi si oppone (impedendo così che quella si disveli) a un'altra vita. Come ogni nostro modo d'essere ci impedisce di essere e di agire diversamente: condizione che non muta affatto quando, eventualmente, diventiamo diversi (perché in fondo non è così facile "diventare ciò che si è")...

GC

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