lettera alla fidanzata


Lettera alla fidanzata
di
Riccardo Venturi


                                          - 1 -

        Ti scrivo, cara, appeso a una rupe metastatica
        Che si protende astrusa su questa balza erratica
        Di Casalverminoso, borgo un dì brulicante
        Scomparso fra le nevi, vestito da emigrante.
  5    Perduto ormai da tempo, da ottomila ore
        Nel Mar delle Astrosfingi, Cristo Pantocratore,
        Come tappo sturato da una bottiglia grigia
        Facendo spola fra l'eterno e la battigia
        Mi carico di vino, velluto galiziano
  10   Lontano dal ricordo, con una pipa in mano
        Strapiena di Latakia sul precipizio umano
        Pretesco rosmarino color di tuberosa.
        Dardeggiano le falci dei sassi molibdeni,
        M'interrogo sul piano rimbalza-reggiseni;
  15   La spada dei tramonti si mescola alle viole
        D'un roseo impaginato Sole Ventiquattr'Ore.
        Ed è un paesaggio antico; cartina senza dediche
        M'immagino di scrivere le lettere asfodeliche,
        A denti larghi nuotano i verbi e gli aggettivi
  20   Gettando giù la maschera dei ritmi positivi
        E viene il matto ancora coi pugni stretti, lenti
        A correrti sul naso, a ricontarti i denti...
        "Ti amo, eppur ti amo, che mai gran pena al co-o-o-o-r"
        (Liquòr multicolòr, d'amor grande pallòr),
  25   Cervello spaventato da sindrome formale
        E modica valuta offerta a un temporale
        Che gatto nero, lucido mi sento questa sera
        Mi sento un po' Falloppio vestito da habanera,
        Sofioso passalento, rimpinzo le mattine
  30   Ti scrivo, cara, ancora, strapuntacolubrine
        Rivedo a poco a poco quegli attimi e le mire,
        Cannone un po' sfiatato dell'arte senza lire.


                                          - 2 -

        Recuperasperanze d'antico gran lignaggio
        Mi verso nel bicchiere tre botti di coraggio
  35   Ti scrivo, cara, gonfio di liquidi odorosi
        Cavando dalla terra la forza dei biliosi.
        Eppure soffia soffia l'avana ross' (il vento
        Raggiungerà le labbra più interne, che ardimento),
        La stringa già s'allaccia quella figura nera,
  40   La quercia s'algoritma fogliante lavandera;
        Eterno spampanarsi d'occhiate fumiganti
        E làgrime arcinote sui pavimenti andanti
        In cotto, thésaure, d'oro, farai fatica d'oro
        A riguardar le stelle su di un viso incoloro.
  45   Ma già si piroetta su un goffo fortunale
        Terrigna la civetta del senso siderale,
        Ho barba corta e baffi da Groucho Marx cristiano,
        Nell'ebraismo perso di questo giorno strano
        Mi vendo qui ai peggiori ceffi di terza mano.


                                          - 3 -

  50   E tu dove sarai? Mi chiedo da millanta
        Secondi a saliscendi (e la gallina canta),
        Nel gioco degli avvolti, nascosti sensi oscuri
        Non butta più la fonte degl'incerti futuri.
        Dov'è finito il seme che biancolatte sgorga
  55   Da questa canna rosa, prima che se n'accorga
        !Ay, qué eres hermosa!, donna al condizionale
        Dall'ombelico mobile, pozzo dell'animale.
        E poi saremmo liberi, volando in linea interna
        Mangiando brina e gelo, bevendo galaverna.
  60   Ti scrivo, cara, in aria, ma l'alma spersa duole
        Come una scarpa vecchia cui han tolto le suole.
        E allora ti dirai: E il succo della vita?
        È un succo di discesa, succo di risalita;
        Da vette di parnàsi che si struggono cinici
  65   Rimontano i miei piedi come dei casi clinici:
        L'immagine è speranza e la speranza è neve,
        Si scioglie e già ricade, e si riforma lieve.
        Dai camposanti al mare già si ricicla in sogno
        Con quella foglia morbida curvata nel bisogno,
  70   Come riso al mortaio, la pasta scombinata
        Di luce vagolante sul buio arrampicata.
        E vai sicura e lenta, forse turlupinata
        Durissima e tremenda, dolce ed inamidata
        Ma se si fa la conta, vedrai che esce il giudice
  75   Con la toga pulita, e labbra molto sudice;
        Trascuro la facciata, mi do alle impalcature,
        Sospeso tra i limoni rifò le imbiancature,
        Le mensole al computer, e i muri in pietra spenti
        Ai quali un bruco asfittico ha già mostrato i denti.
  80   V'ignorano le trine, marasmi ammazzafango
        Ed io che m'allontano con millelire e un tango
        Ti lancio sguardi esatti, sbagliato è tutto il resto
        E zapperò le nuvole finchè 'unn'è buio pesto.


                                          - 4 -

        Se sale la riscossa, vedrai che parapiglia
  85   Succede, e s'arrabatta già tutta la famiglia
        Già museal-decrepita, cianuro di solfuro,
        Metacrilato aldeide, s'ammorba di sicuro!
        Lucreziaborgia indomita, eroe son di discordia
        Sublime e un po' infocato, pien di misericordia,
  90   Paventano le pietre futuri da neurosi
        Un po' più mollicosi, persino zuccherosi.
        Ti scrivo da una vita, non ho finito ancora,
        Mi piego gli avambracci da un secolo ed un'ora
        Preciso come un fuso, con mi viejo donaire
  95   A reinventarsi in volo, un pájaro en el aire.
        Tu enorme sparapètali, guardiana della legna
        O Domina, t'affido quest'ultima consegna,
        Ritorcimi le unghie, molesta-surrenali
        Regina dei millesimi sfioranti carnevali.


                                          - 5 -

100   Son qui su questa rupe, te lo volevo dire
        Prima che il tempo corra, e che vada a sparire;
        E mi ricordo un giorno, venivi a perdifiato
        Ad incontrar daltonico e un po' terremotato
        Un verdesporco esangue dai padiglioni lerci
105   È ora di pensarci, è ora di vederci.
        Ma il fluido del passato ha invaso tutto ormai,
        Rimedio a guai sarà passar degli altri guai
        E sperso tra le viti, ahimè un dì volgerommi
        A guardar senza fiato cavalli, lemmi e commi
110   Con fra le mani un cardo ed anche un naturàl
        (Shiseido) a cavalcioni d'aurora boreàl.
        Da Casalverminoso ti scrivo cara e chiudo
        E infrancobollo il canto dei guardo e non m'illudo,
        Ho un male millimetrico al terzo o quarto osso
115   E non ti posso stringere, ma forse posso, posso.

      [12 aprile 1991]


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